IL RACCONTO DI RAIMONDO BONAMICI
L’ARCHITETTURA DELL’INVISIBILE
A CHI SA RESTARE IN ATTESA, NEL SILENZIO
MARCO TIRELLI - ANNI LUCE
Entrare nelle sale del Palazzo delle Esposizioni non è solo visitare una mostra, è varcare l'ingresso di un tempo sospeso. Le opere di Marco Tirelli Anni luce non sono semplici quadri, ma presenze che abitano lo spazio, costringendoci a ricalibrare il nostro modo di vedere. Qui, il dialogo tra la rappresentazione del mondo e la purezza della geometria non è una separazione, ma una risonanza sottile, un punto di fusione dove il reale scivola inevitabilmente nell’astratto, rivelandone la struttura profonda.
Il fulcro di questa unione è il nero, che non agisce come un limite per la luce, ma come materia densa, colma di potenziale. Attraverso una tecnica di nebulizzazioni infinitesimali, il colore si deposita sulla superficie come polvere di memoria, creando una materia che sembra respirare.
C’è qualcosa di profondamente intimo in questo nero: non è un vuoto che spaventa, ma un luogo dell'ascolto. Osservandolo da vicino, esso rivela una vibrazione silenziosa; è un dispositivo spaziale che crea il silenzio necessario affinché l’immagine possa finalmente apparire. Nelle biblioteche che sfumano verso l’infinito o nei letti che conservano l'eco di un corpo, il nero è la trama che tiene insieme ciò che vediamo e ciò che possiamo solo immaginare.
Nelle marine e nei cieli percorsi da gradienti di pura luce, il dato realistico è trattato con una sensibilità quasi fotografica, eppure appare spogliato di ogni peso terrestre. Il mare non è "quel" mare; è l’idea stessa dell’orizzonte.
L’emozione si fa strada proprio qui, dove il respiro si ferma: quando un quadrato nero si impone sopra il tremolio dell’acqua. Non è un’interruzione del paesaggio, ma la sua verità più nuda. In quel punto esatto, il realismo della natura e l’astrazione della mente si danno la mano. Il quadrato non "copre" il mare; ne rappresenta la forma essenziale, il pensiero che lo ordina e lo rende eterno.
Tirelli non dipinge oggetti, ma lo spazio che vibra tra noi e le cose. Le sue scale, i suoi poliedri e i suoi enigmatici archivi di forme sembrano sul punto di svanire, fluttuando in una "pace magnetica" che sfida la gravità. È una pittura metafisica che ritrae ciò che resta del mondo, un letto vuoto, una struttura totemica, un orizzonte, quando la luce smette di illuminarlo e inizia a rivelarlo.
Uscendo dalla mostra, resta la consapevolezza che guardare un orizzonte o una forma geometrica sia, in fondo, lo stesso atto d'amore verso l'ignoto. Marco Tirelli ci insegna che l'astrazione non è lontana da noi: è la forma che prende il nostro stupore quando la realtà diventa troppo vasta per essere spiegata.
"In questo universo di ombre, la pittura non è che l'atto di dare un nome al buio, scoprendo che nel profondo del vuoto risiede, intatta, la luce."
17.03 - 12.07 - 2026
A cura di Mario Codognato
Palazzo Esposizioni Roma
via Nazionale 194 00184 Roma
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